ILLUviSIONI testo di Paolo Marasca

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Ogni essere umano è una città e ogni essere umano si articola in strade, piazze, luoghi di incontro, luoghi di scontro, sedi di culto, panchine, botteghe alimentari, paesaggi ed altalene. Come capita alle città, ogni essere umano edifica e interseca strade, stende piani regolatori più o meno logici o ordinati, ha le sue zone scure e le sue zone chiare, ma di solito il grosso sta nel mezzo. Come capita nelle città, ogni passo interiore è una negoziazione tra ciò che ci compone: capita che la negoziazione abbia successo, e lasci spazi al desiderio d’essere quello che sentiamo d’essere: è così che nasce l’arte.

Quando il mio amico Willy mi ha chiesto di scrivere alcune righe per questo catalogo, non ero ancora assessore alla cultura di Ancona e ora non so bene se debba scrivere qualcosa di istituzionale o se sia il caso invece di dare spazio al trascurato autore di testi che fa quartiere nella città che sono io. In effetti, sto improvvisando.

La metafora della città è però, comunque, la prima che collego a Illuvisioni, e la ragione è semplice: la forza motrice di questa mostra è la capacità di disegnare mappe interiori che vadano a incidere su quelle esteriori, modificandone gli edifici, gli arredi urbani, il senso delle strade. Un’arte eminentemente politica, quindi, che già in prima battuta insiste su un tessuto urbano solido e concreto – la scuola di Camerata – e si propone come strumento di ricostruzione. Perché, diciamocelo, di ricostruzione bisogna parlare, e gli artisti oggi hanno un preciso dovere morale, quello di modificare l’assetto urbano delle città che siamo: uno lo farà voltando i cartelli al rovescio, l’altro in silenzio, non visto, lavorerà sulle fondamenta delle case, chi radunerà botti negli scantinati e chi starà in cima ai tetti ad avvitare campanili.

Qualunque sia la strada scelta, la ricostruzione dell’artista è diversa da tutte le altre, per il semplice fatto che ha a che fare con il vuoto anziché con il pieno. L’artista, infatti, è colui/colei che si ritrova obbligato per natura e sensibilità ad organizzare quotidianamente il proprio vuoto e – se è fortunato – a un tratto ha la possibilità di afferrarlo, quel vuoto, e di catapultarlo all’esterno, socializzandolo. Egli/Ella non prende un corpo solido e lo getta in uno spazio. Fa l’esatto contrario: ci mostra che c’è vuoto attorno ai corpi solidi esistenti. E quel vuoto, sebbene ci spaventi, è il nostro ossigeno vitale. E’ questa la differenza tra l’intervento urbano-esistenziale dell’artista e quello di chiunque altro. O quasi di chiunque altro. Ed io credo che di vuoto oggi abbiamo bisogno – proprio come le nostre città ingolfate, le strade assiepate, le persone stivate. E degli strani segnali stradali che l’arte ci disegna dentro.

Ringrazio quindi gli artisti per avermi accettato qui con loro, e William per avermelo chiesto, e il Comune di Camerata Picena per una sensibilità rara. Poi, se io lo stia facendo come autore di testi o come assessore alla cultura di Ancona, non è che importi molto. Capita spesso che da un quartiere all’altro si passi senza accorgersene, finché non se ne legge il nome sulla mappa.

Paolo Marasca

Scrittore-Assessore alla cultura e alle politiche giovanili del comune di Ancona

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